Cittadini di un Paese che non esiste più

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u Quando si partecipa a qualsiasi manifestazione, sia ufficiale che ufficiosa della nostra comunità, l’impressione è quella di assistere ad un revival di vecchi dagherrotipi.

Vi appaione sempre i soliti elementi, ad ogni anno sempre più canuti, e i discorsi pronunciati nelle occasioni sempre si ripetono con la trita monotonia, e con l’uso e abuso dei soliti e battuti argomenti e toni.

Se il trascorrere inesorabile del tempo può essere notato dall’attento osservatore, nell’aspetto físico degli “attori” che si succedono nello scenario, quest’ultimo a sua volta, non cambia, rimanendo cristallizzato a quello di 50 anni fa.

E questo lo si può capire facilmente. È che mentre l’aspetto físico esteriore, volente o nolente, deve seguire le inesorabili leggi della natura, per lo scenario, metafora della mantalità, la naturale evoluzione è rimasta ancorata a quella esistente in patria al momento dell’espatrio.

È necessario a questo punto compenetrarci che questo scompenso tra le due realtà, l’immaginaria e la reale, si manifesta principalmente negli emigrati, a qualsiasi Paese o razza possano appartenere.

Se partiamo dal principio che la vita non è altro che il succedersi diario di fatti, avvenimenti, impressioni, si arriva alla conclusione che l’uomo normalmente conserva tutto questo arrotolandolo sul gomitolo della propria memoria.

Quando per caso quest’uomo emigra, nello scontro naturale di due differenti sistemi di vita e di mentalità di altri ambienti, il risultato è che inizia l’arrotolamento della propria memoria su di un nuovo gomitolo di filo, sempre relazionato al nuovo ambiente dove vive.

Ecco appunto come si spiega la ragione della staticità dello ”scenario” quando confrontato con la realtà del Paese di origine, già che al gomitolo della memoria italiana, rimaso inattivo dal momento dell’arrivo nel Paese di residenza, non sono stati arrotolati chilometri di filo, nel nostro caso: di filo italiano.

L’emigrato non si rende conto, o non vuole rendersi conto, e in questo caso ciò rappresenta una difesa della propria personalità, che oramai è diventato “cittadino di un Paese che non esiste più”, e che sussiste appena nella sua memoria, e che si manifesta di forma empirica nel suo modo di pensare e di agire, in conformità a qualcosa che il processo storico ha relegato a ricordo per i posteri.

Non capisce, e si rifiuta di capíre che il periodo storico che stiamo attraversando è rivoluzionario, già che le tradizionali istituzioni di governo delle masse umane , che erano legate ai vecchi metodi di produzione e di scambio, hanno perduto ogni significato ed ogni funzione utile. Il centro di gravitazione di tutta la società umana si è spostato in un nuovo campo. Le istituzioni sono rimaste mera esteriorità, pura forma senza nessuna sostanza storica, senza spirito animatore.

Il secolo XX è terminato. Ci troviamo agli inizi del XXI. L’Italia è membro del G7, il club della nazioni piu industrializzate del pianeta, raggiungendo un benessere finora mai goduto. Il processo emigratorio italiano da oltre 50 anni si è esaurito, ma la mentalità in Italia, in relazione a ciò che questo processo ha prodotto nel mondo, malgrado le roboanti frasi demagogiche che infarciscono i discorsi a noi diretti è rimasta la stessa del tempo “delle valigie di cartone” e delle partenze per “…terre assai lontane…” come diceva una canzone di quell’epoca.

Dall’alto del proprio benessere, l’italiano in Pátria, come anche le nostre autorità diplomatiche, considerano il connazionale emigrato, se non come un nativo delle nostre antiche colonie, come la prova di un passato da dimenticare, da sopportare con la dovuta benevolenza e …pazienza. dimenticandosi che se l’Italia ha saputo raggiungere l’attuale benessere questo

lo si deve anche alle centinaia di migliaia di emigranti che emigrando hanno collaborato a mantenere le pressioni sociali in termini ragionevoli, e a rinsanguare gli anemici bilanci statali con le loro rimesse di valuta.

Qualcosa però è stata tentata, da parte del Governo italiano, per mettere un fine definitivo a questo scompenso, e far progredire questa Italia fuori d’Italia verso una mentalità più moderna e attuale. Mi riferisco alla costituzione dei Comites, che avrebbero dovuto rappresentare “piccoli parlamenti” democraticamente eletti dai membri delle varie comunità italiane sparse nel mondo, con mansioni di tutela, per i connazionali emigrati, e consultive in relazione agli organi consolari.

Un tentativo patetico, anche se munito di tutte le migliori intenzioni, già che il risultato, per lo meno nella nostra circoscrizione di San Paolo,che malgrado la scrematura da 24 a 12 consiglieri, continua com colle solite cariatidi, si è rivelato il classico buco sull’acqua. È che gli eletti, nella loro quase totalità, rappresentano la classica e stantia mentalità che, in teoria dovrebbero collaborare a estirpare. Logico e naturale che questo loro non conviene, già che arieggiare un poco la pesante e soffocante atmosfera della Comunità metterebbe a rischio il cadreghino conquistato…!

Oriundi da piccoli paesi delle provincie italiane, hanno conservato “gli usi e gli abusi” demagogici dei luoghi natii, dove tutto doveva gravitare sull’illuminato parere del signor Farmacista, del reverendo Parroco, e del Maresciallo della locale stazione della Benemerita.

Conservando questa ammuffita mentalità di sapore provinciale, anche quando ascesi su posizioni che richiederebbero una differente preparazione, rivelano la pochezza politica e intelettuale che li caratterizza, unita alla prosopopea, e allo smodato desiderio di apparire per quello che non sono, ma che vorrebbero disperatamente essere.

Se continua, malgrado tutto, a sussistere questa mancanza di sintonia tra Italia e emigrazione, la ragione non deve essere cercata appena da un lato del problema, di forma unilaterale. Ad ogni modo se noi emigranti non siamo ancora riusciti a meritare un poco di…comprensione, con tutta certezza meritiamo per lo meno un pizzico di riconoscenza.