Franco Macri, il ‘padrone dell’Argentina’

< ?xml:namespace prefix = v ns = "urn:schemas-microsoft-com:vml" />u SAN PAOLO-SP – inquanto  stiamo aspettando il  “curriculum vitae” dei nostri candidati in Brasile, se è che ne hanno uno, per ora vi mandiamo quello  che abbiamo a disposizione.

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Due pesi, due misure. Franco Macri, che da par suo tira le fila dell’holding Socma, in pratica un fatturato di 5 miliardi di dollari anno, è da parecchi lustri, inchieste alla mano, uno degli uomini più potenti dell’Argentina. In Brasile, invece, dove le sue imprese sono sbarcate nel 1996 ed hanno oggi un fatturato annuo di 600 milioni di dollari (ma l’obiettivo dichiarato è quello di arrivare alla metà di quelle argentine), non lo conosce quasi nessuno.
A Buenos Aires, i mass media parlano quasi quotidianamente dei suoi affari economici e, spesso, dei suoi ‘affaires’ di cuore (un suo vizio inveterato, nonostante le 70 primavere), a San Paolo parla di lui solo qualche giornale finanziario.
Sarà anche per questo suo basso profilo che contrasta con le sempre accese luci della ribalta Argentina che Franco Macri – nato a Roma da genitori calabresi e approdato al Rio de la Plata il 6 giugno del 1949 insieme ai fratelli Antonio e Maria Pia per riabbracciare papà Giorgio -, pur se la sua fortuna l’ha costruita in Argentina, non esita ad esaltare il paese del samba. ”Il Brasile – assicura – è, per moltissime ragioni, un posto eccezionale per intraprendere una attività imprenditoriale. Essere un imprenditore in quel paese vuol dire far parte delle realtà che contano. Non è così in Argentina”. E confessa: ”Lavorare in Brasile mi fa sentire euforico. Forse sarà anche il contagio dell’ottimismo generale”.
Eppure Franco Macri, dopo gli anni di infanzia in un collegio militare di Tivoli (”La disciplina che ho appreso con dolore, ha dato i suoi frutti”) e il liceo Massimo dei Gesuiti a Roma, ha messo insieme il suo primo milione di dollari — e dollari d’allora —, nel suo primo decennio argentino. Cominciando se non propio dal basso, per lo meno dal quasi niente: a Buenos Aires, facendo le buste paga nell’impresa edile della famiglia italiana Scalera. ”Quando i capi cantiere della ditta se andarono perché attratti da più soldi – ricorda nella sua autobiografia ‘Macri visto da Macri’ – mandai avanti da solo l’impresa. Quando se ne accorsero, gli Scalera mi diedero l’incarico decuplicando da 100 a 1.000 pesos il mio stipendio”.
Poi venne il momento di Vima, colla sua propria impresa edile insieme ad altri italiani. E la sua specialità: i subappalti nei lavori pubblici. Il più redditizio è stato la realizzazione del gasdotto Comodoro Rivadavia-Buenos Aires, oltre 2.000 km. ”In quegli anni – afferma – imparai il business delle costruzioni fin nei minimi dettagli. Avevo percorso l’Argentina in lungo ed in largo ed ero pronto al grande salto”. Che realizza negli Anni Sessanta, nella sua prima impresa, la Impresit-Sideco, insieme con la Fiat.
Nel 1968 è già il primo contrattista dello stato argentino (costruisce perfino la centrale nucleare Atucha I) e due anni dopo comincia la sua incessante diversificazione degli affari, acquistando il Banco de Italia, per arrivare infine nel 1975 a fondare la sua propria holding Socma. Con le cui opere civili si estende anche in Colombia, Perù, Messico e Bolivia.
Ormai è tra gli imprentori di maggior successo. Tanto che, nel 1982, diventa anche una specie di ‘piccolo Agnelli argentino’, quando Fiat e Peugeot lasciano l’Argentina e gli vendono le loro fabbriche, con le quali, in poco tempo conquista il 40% del mercato locale delle auto.
Tempi di splendore. E di stanze dei bottoni che Macri frequenta sapendo tirar l’acqua al suo mulino come pochi. Arrivano gli Anni Ottanta e le privatizzazioni e le cessioni di imprese da parte delle vecchi famiglie argentine. La Socma fa razzia: dalla distribuzione del gas alle autostrade, dai trasporti ai servizi postali, dagli alimenti, alle assicurazioni, all’informatica, ai cellulari. E quando viene l’auge del Brasile, Macri non è da meno: alimenti, ecologia, autostrade, informatica.
Un impero che Macri manda avanti con un nugolo di specialisti, ma anche con il figlio Mauricio. Il quale, comunque, dopo un terribile momento – una decina di anni fa, è stato sequestrato per un paio di settimane da una banda di malavitosi e poliziotti – ha tentato di farsi strada da par suo: sia pure con l’apporto dei soldi del padre è diventato presidente del Boca Juniors, la squadra più popolare dell’Argentina: un rampa di lancio per diventare senatore per il peronismo il prossimo anno, dopo di che, come lui stesso ha ammesso in un’intervista al settimanale ‘Noticias’, ”scendero’ in lizza per le presidenziali del 2007”.
Anche lui, poi, con la stessa passione del padre: le donne. A 39 anni, dopo una moglie, le ‘fidanzate’, tutte bellissime, non si contano. Anche se è papà Franco (”Non posso essere felice senza una donna al fianco”, ammette nella sua autobiografia), come negli affari, lo sopravanza di gran lunga anche in questo particolare aspetto familiare: dopo una moglie, Alicia Blanco (alla quale nel 1980 ha lasciato metà della sua fortuna di allora), altre cinque ‘novias’, via via sempre più giovani, fino all’ultima, Nuria Quintela, di soli 23 anni. A tutte le ex, comunque, Franco Macri, dopo i tanti e costosi regali che ha fatto loro, lasciato un appartamento e paga loro uno stipendio mensile. Insomma da vero ‘patriarca’, come lui stesso ama definirsi, l’altro sentitissimo aspetto della sua personalità che s’affianca alla sua ben nota durezza nel trattare suoi mille affari.