Il voto degli italiani all’estero

In corsa, per conquistare 18 posti in Parlamento, 275 “volti noti” dell’emigrazione italiana. Fra loro anche la cantante Rita Pavone (che si presenta per il Senato) e la genovese Angela Della Costanza, nuora del magnate americano dei media Ted Turner

VICENZA – ITALIA – Mancano pochi giorni alle elezioni politiche in Italia e per la prima volta nella storia del nostro Paese i cittadini italiani stabilmente residenti all’estero potranno eleggere i loro rappresentanti in Parlamento. Saranno 12 deputati e 6 senatori, scelti all’interno di liste di candidati presentate nelle quattro ripartizioni nelle quali è suddivisa la Circoscrizione Estero: Europa; America Meridionale; America Settentrionale e Centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.

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Al contrario della madre patria, dove la riforma elettorale ha introdotto la lista bloccata, nel resto del mondo gli italiani voteranno con l’antico sistema: proporzionale e voto di preferenza. Dunque, conta il candidato più che il partito.

Per essere iscritti nelle liste elettorali della Circoscrizione Estero e godere del diritto al voto, gli “italiani nel mondo” devono sostanzialmente possedere due requisiti fondamentali: la cittadinanza italiana e l’iscrizione all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

L’intera operazione si svolgerà per corrispondenza. Gli aventi diritto hanno ricevuto (entro il 22 marzo) dal Consolato competente un corposo “kit” contenente: un foglio informativo che spiega come votare; il certificato elettorale; la scheda elettorale (due, per chi può votare anche per il Senato); la lista dei candidati della propria ripartizione; il testo della legge sul voto all’estero; una busta già affrancata recante l’indirizzo dell’Ufficio consolare stesso.

L’elettore dovrà rispedire le schede votate in modo che arrivino al Consolato di competenza entro e non oltre le ore 16 (locali) del 6 aprile.

Sarà lo stesso Consolato ad inviare tempestivamente in Italia le schede elettorali pervenute, in modo che arrivino al Centro della Protezione Civile di Castelnuovo di Porto (Roma) entro il pomeriggio del 10 aprile, in tempo per essere scrutinate assieme a quelle delle urne italiane.

Se è vero che saranno chiamati al voto poco più di 3 milioni di connazionali (erano 2,6 milioni gli aventi diritto in occasione dell’ultimo quesito referendario del 12 e 13 giugno 2005), è pur vero che è prevista un’affluenza alle “urne” assai modesta. Si parla di un milione scarso di votanti (pari a circa il 30% degli aventi diritto).

 

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La grande famiglia degli italiani nel mondo non è, in realtà, una famiglia “omogenea”. Ne fanno parte, infatti, tre diverse tipologie di italiani “esportati”; diverse per periodo di emigrazione, grado di conoscenza degli affari di casa nostra, padronanza della lingua e della cultura italiana. Pertanto, diverse per interessi e aspettative.

La prima categoria è rappresentata dagli italiani “prestati” all’estero. Sono il nuovo volto dell’emigrazione “ricca” degli anni Novanta e dei nostri giorni: colletti bianchi, ricercatori scientifici, manager di alto livello. Connazionali che se la passano generalmente bene, che tornano in Italia più volte l’anno a visitare familiari e amici. Laureati e tecnici specializzati che, a fronte di una possibilità di carriera, di cospicui guadagni e di crescita professionale, hanno optato per una significativa esperienza lavorativa nelle Americhe, in Cina, nei cantieri delle grandi opere in Libia ovvero nelle finanziarie della “city” londinese.

Ci sono, poi, gli ultimi “veri” emigrati. Gente – cioè – che ha lasciato l’Italia negli anni ‘50 e ‘60 con le ultime propaggini della centenaria storia migratoria italiana nel mondo. Persone che, nate nel nostro Paese, hanno lasciato l’Italia nei difficili anni del dopoguerra e della ricostruzione, cercando nei Paesi europei più industrializzati, ovvero in terre lontane come l’Australia e il Canada, delle opportunità di lavoro che in Italia a quell’epoca era difficile trovare.

Il terzo gruppo, infine, è formato dagli oriundi, termine che sta ad indicare i discendenti dei nostri emigrati. Sono persone i cui nonni e bisnonni lasciarono l’Italia fra gli ultimi decenni del 1800 e i primi anni del secolo successivo sull’onda della colossale “diaspora” italiana nel mondo. Cittadini brasiliani, statunitensi, argentini da generazioni che tuttavia, sfruttando le larghissime maglie del principio dello “ius sanguinis” adottato dal nostro ordinamento, hanno ottenuto il riconoscimento della cittadinanza italiana, aggiungendola a quella del loro Paese di nascita.

Ecco perché la Signora Marisa Letícia Lula – sì, proprio lei, la “first lady” brasiliana – i cui nonni emigrarono dal Sud Italia per il Brasile nei primi anni del Novecento, ha ricevuto il certificato elettorale esattamente come il dott. Marco De Biasi di Venezia, che da cinque anni vive e lavora nella città di San Paolo o come l’italo/australiano Carlo Valmorbida, emigrato a Melbourne nel 1949.

E’ facile intuire, pertanto, che ognuna di queste tre categorie di italiani nel mondo si aspetta dei risultati ben diversi dalle elezioni politiche e dai deputati e senatori che staccheranno il biglietto per Roma.

L’italiano che si trova a lavorare temporaneamente all’estero (e che verosimilmente non ha ancora acquisito la nazionalità del Paese ove risiede), è di fatto un cittadino italiano al 100% e tale si considera. Segue le vicende dello scenario politico, culturale e socio/economico italiano e sarà pertanto molto motivato al voto, dal momento che al suo rientro in Italia dovrà fare nuovamente i conti con i problemi di qualsiasi cittadino residente.

Chi è emigrato negli anni ’50-’60 è oggi una persona anziana, oramai integrata nel Paese di “adozione”, seppur ancora nostalgicamente legata all’Italia. Il nostro italiano-nato-in-Italia vive di pensione; una pensione che in certe parti del mondo non è sufficiente a sbarcare il lunario. Dai parlamentari che per la prima volta lo rappresenteranno a Roma spera pertanto di poter ottenere benefici in campo assistenziale e previdenziale come assegni sociali, sussidi per cure mediche, forme di previdenza integrativa. E, perché no, agevolazioni per poter tornare a rivedere l’Italia, almeno per un’ultima volta.

Quanto agli oriundi, è evidente che a loro poco importa se le sorti dell’Italia andranno in mano al centro-destra piuttosto che al centro-sinistra. Delle vicende politiche del Bel Paese sanno poco o niente, anche perché molti di loro – pur cittadini italiani – non padroneggiano la lingua e pertanto hanno oggettive difficoltà a tenersi aggiornati.

Se pensiamo, ad esempio, ad un italo/brasiliano, è evidente che a lui interessa piuttosto riconfermare o meno il voto dato a Lula (l’appuntamento con le presidenziali nel Paese verdeoro è fissato per fine anno), perché sarà il nuovo Governo brasiliano – quello sì – ad incidere in maniera determinante sulla sua vita di tutti i giorni con provvedimenti fiscali, misure contro l’inflazione, incentivi per l’acquisto di una casa…

Ciò che chiede l’oriundo ai suoi rappresentanti nel Parlamento italiano sono, casomai, agevolazioni per frequentare corsi di lingua e cultura italiana, per seguire master universitari in Italia, iniziative per conoscere meglio il Paese delle proprie lontane origini.

Parlando di numeri, si può affermare che le tre categorie di italiani all’estero che voteranno in aprile sono suddivise in parti eguali: un milione circa, per ciascuna “famiglia”. Anche se, nelle consultazioni elettorali dei prossimi anni, saranno gli oriundi a prevalere nettamente. Stiamo infatti assistendo, negli ultimi anni, ad un vero e proprio boom di richieste di riconoscimento della cittadinanza da parte di discendenti di emigrati italiani di terza, quarta e quinta generazione. Il fenomeno, particolarmente significativo in Brasile (dove gli oriundi sono più di 30 milioni), ha letteralmente mandato in tilt i nostri Consolati che hanno nei loro scaffali centinaia di migliaia di pratiche in attesa di essere esaminate. E ogni giorno, a decine, ne vengono presentate di nuove. Emblematico il caso del Consolato di Curitiba, nello Stato del Paraná – Brasile, che ha deciso di sospendere la ricezione di nuove pratiche di riconoscimento della cittadinanza, dato che i tempi di attesa superano – oggi – i 21 anni (!).

Altro dato interessante sul quale riflettere è che di quel milione di italiani all’estero che verosimilmente esprimeranno il loro voto, la maggior parte sarà rappresentata da quelli che abbiamo definito italiani “prestati” all’estero, dai quali ci si aspetta una percentuale di “affluenza” del 70%, dunque alta; vengono, poi, gli “emigrati nati in Italia” e per ultimi, staccati di molto,  gli oriundi.

 

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Dei 275 candidati, molti si sono schierati con i partiti tradizionali (da Forza Italia all’Ulivo, dall’UDEUR alla Lega Nord), anche se in America Meridionale (che a Roma sarà rappresentata da 3 deputati e 2 senatori) risulta molto quotata, almeno a giudicare dall’autorevolezza dei nomi, una lista che si definisce al di fuori degli schieramenti di partito denominata “Associazioni Italiane in Sud America”. Lo stesso dicasi per la ripartizione del Centro e Nord America, dove troviamo un’agguerrita “Alternativa Indipendente Italiani all’Estero” capitanata dal giornalista abruzzese Dom Serafini.

E’ interessante notare che la gran parte dei candidati sono italiani nati in Italia ed emigrati all’estero in tempi più o meno recenti. Tutti volti noti dell’Italia nel mondo. Personaggi che hanno ricoperto o ricoprono ruoli di primo piano nei settori della previdenza (patronati, enti assistenziali), del mondo politico e del commercio (Camere di Commercio italiane all’estero, ambasciate e consolati), dell’Associazionismo (Fondazioni e Istituzioni, Comitati per gli Italiani all’Estero…) e della comunicazione.

Pochi i discendenti di emigrati (oriundi) presenti nelle liste. Ed è un vero peccato, perché avrebbero potuto portare nel Parlamento italiano un’importante testimonianza dello straordinario mondo dei figli e nipoti dei nostri emigrati. Un universo ancora pressochè sconosciuto in Italia.

I 18 parlamentari eletti avranno comunque una grande responsabilità. Nella prossima legislatura essi rappresentarenno, infatti, non solo quei tre milioni di aventi diritto al voto, ma la parte ben più numerosa ed importante dell’Italia nel mondo che, fra connazionali residenti temporaneamente all’estero, emigrati di lunga data e – soprattutto – oriundi, ammonta a qualcosa come 70/80 milioni di persone.

Cosa sapranno fare i rappresentanti degli Italiani all’estero nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama ? Sapranno approfittare della grande chance (potrebbe anche non essercene una seconda, nella storia della nostra Repubblica) per dare voce a tutta l’altra Italia nel mondo ? O saranno piuttosto fagocitati dal sistema partitico e utilizzati come meri portatori di voti, che in alcuni frangenti potrebbero risultare determinanti ?

Difficile dirlo, ma le premesse non sono incoraggianti.

Il voluminoso programma dell’Unione dedica agli Italiani nel Mondo una scarna paginetta. Il programma della Casa delle Libertà non affronta nemmeno l’argomento.