Italianos no Brasil: torcida demais e votos de menos

POLITICAMENTE INSIGNIFICANTI
u Arrivano le elezioni del 2006 ma, in numero di elettori, il Brasile conta poco.

PATROCINANDO SUA LEITURA

CURITIBA-PR – Qualsiasi elezione non disdegna una buona tifoseria. Ma, alla fine, ciò che conta sono gli elettori. E sotto questo aspetto il Brasile va male: ci sono più tifosi che elettori. San Paolo, per esempio, conosciuta anche come la più grande città italiana fuori d’Italia, da un punto di vista elettorale conta come Lugano, in Svizzera, meno di New York o Parigi, molto meno di Buenos Aires o Toronto. Se il Brasile intero, dove si afferma ci siano circa 25 milioni di oriundi, è politicamente insignificante, cosa dire di giurisdizioni consolari isolate come Curitiba, Porto Alegre, Belo Horizonte o la stessa Rio de Janeiro?

Questa poca importanza sulla bilancia della politica italiana genera una specie di circolo vizioso: siamo anche poco importanti nella bilancia burocratica ed amministrativa. Così, perdiamo ancora dal punto di vista della rappresentatività. È un gatto che si morde la coda.

È quello che è successo dal 2001 in poi, quando il governo italiano, preparandosi per le elezioni del 2006, ha fatto molti sforzi per aggiornare il registro generale degli elettori all’estero, a causa dello sfasamento scoperto tra gli iscritti nelle anagrafi italiane (che contano ai fini del voto). Mentre in Paesi dell’Europa (Germania, Francia, Svizzera, Spagna, ecc.), in Australia e negli Stati Uniti, il numero di elettori cresceva con la correzione e la regolarizzazione degli indirizzi, i paesi dell’America Latina, in particolare il Brasile, sono rimasti impantanati con problemi ancora esistenti, peggiorati dalla grande e vergognosa fila della cittadinanza: Francoforte, per esempio, aveva, in cifre tonde, 43 mila elettori regolari su un totale di 53 mila iscritti; oggi ha quasi 85 mila elettori in una situazione regolare. San Paolo, in Brasile, non aveva 58 mila elettori regolari, per un totale di 100 mila iscritti; oggi ne ha 88 mila per un totale di 150 mila iscritti. Curitiba ostentava poco più di 11 mila elettori nel 2001, su 30 mila iscritti e, oggi, si presenta con 23 mila nomi in condizioni di votare. Simile la situazione di Porto Alegre, che di un totale di circa 49 mila iscritti, ne ha solo 35 mila regolarizzati.

I numeri dimostrano chiaramente che negli ultimi quattro anni siamo cresciuti come elettori regolarizzati, ma è cresciuto anche il numero di quelli che aspettano la regolarizzazione (ossia non iscritti nelle anagrafi italiane o con indirizzo irregolare). È per causa di ciò che il governo italiano, preoccupato con quello che potrà succedere nelle prossime elezioni, ha ordinato ai consolati che diano priorità al lavoro di regolarizzazione delle liste elettorali. Un compito quasi impossibile per i consolati con una struttura insufficiente come Curitiba, ora subissato di richieste che provengono anche dall’Italia: le domande presentate nella Penisola da queste persone che, stanche di aspettare nella fila qui, vanno nel Vecchio Continente, dove riescono ad avere un indirizzo e si presentano alla polizia, ottenendo il visto per un anno e, così, dando inizio alla richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana per quelli che ne hanno diritto. I documenti sono rimessi al consolato di origine per l’autenticazione e con procedura d’urgenza. Secondo il console Mario Trampetti, questo richiede uno sforzo raddoppiato dei funzionari che già non riescono a far fronte alla fila formatasi qui, alle porte del consolato e che, negli ultimi tempi, ha generato serie critiche da parte degli aventi diritto.

In una specie di rompicapo senza soluzione, Trampetti arriva al punto di domandarsi cosa sarebbe più importante dal punto di vista strategico per la comunità italo-brasiliana: continuare ad avere cura del riconoscimento della cittadinanza italiana e l’emissione di passaporti o aggiornare il registro dei cittadini già riconosciuti come tali, affinché possano votare nelle prossime elezioni e, così, aumentare un po’ il peso politico-elettorale della comunità…” di sicuro le due cose allo stesso tempo non si possono fare”, avverte lui che, verso settembre o ottobre, concluderà il suo attuale periodo di servizio all’estero e ritornerà a Roma.

COSA VOGLIONO?

Anticipando un consuntivo del suo lavoro, si registra un aumento del numero dei cittadini italiani riconosciuti nella sua circoscrizione (da 28 mila a 50 mila), oltre alla realizzazione di un importante incentivo all’insegnamento della lingua italiana nei due Stati (Paraná e Santa Catarina)

Per il momento, la sua arma più importante, è il risultato di una ricerca sul profilo degli utenti del consolato, trattata in un modo esclusivamente tecnico. “Cosa è che, in verità, vuole il nostro cliente”, si domandava Trampetti: “solo il riconoscimento della cittadinanza, o anche cose collegate alla cultura come, per esempio, un master in una università italiana?” Il risultato della ricerca, conferma un grande senso di frustrazione della maggior parte che cercano il consolato (8 su 10 telefonate non trovavano risposta, all’epoca), sorprende in aspetti correlati alla richiesta di altri sevizi rispetto alla fila della cittadinanza. “Si nota che – dice la relazione finale – il servizio consolare è scarsamente percepito, particolarmente a causa delle difficoltà che il pubblico trova ad ottenere informazioni da questo organo. Dai commenti si comprende che la maggior parte delle persone ricevute dal consolato sono soddisfatte”. La relazione indica una via di uscita: “È necessario organizzare un efficace sistema che permetta al Consolato Generale ed alla sua rete consolare onoraria, di fornire informazioni soddisfacenti alle persone che lo cercano, eliminando o almeno diminuendo la sensazione di indifferenza o frustrazione che alcuni sentono al non ottenere quello di cui hanno bisogno”.

Trampetti è d’accordo sul fatto che, con tutti i problemi che ci sono rispetto ai suoi “clienti”, se il Consolato fosse un’impresa privata sarebbe condannato al fallimento. E fa sue le parole finali della relazione, secondo cui è necessario “preparare e diffondere programmi culturali che, in ogni caso, avvicinino le persone alle loro origini italiane – principale ragione per cui chiedono la cittadinanza italiana – affinché, finalmente, sia stabilita una relazione proficua con la comunità italo-brasiliana”.

Con efficacia, il documento è categorico quando afferma che il 46,3% degli intervistati (835 su un totale di 1.500 che hanno risposto alle domande) vuole il riconoscimento della cittadinaza italiana solo per una questione di riscatto delle origini, benché solo il 3,4% di loro abbia una ragionevole conoscenza della lingua italiana – campo aperto, quindi, per dare maggiore vigore alla diffusione dell’insegnamento della lingua di Dante.

Con il risultato di questa prima ricerca che il Consolato ha osato fare per organizzare meglio il suo lavoro, Trampetti ritorna all’argomento della rappresentatività politica della comunità. E accenna un commento: forse, in funzione delle elezioni, la sensibilità politica italiana sia, alla fine, risvegliata per l’enorme potenziale che rappresenta la grande comunità italo-brasilana


Fraqueza política

u

As eleições de 2006 vêm aí, mas, em número de eleitores, o Brasil conta pouco.

Qualquer eleição não despreza uma boa torcida. Mas, no final, o que conta mesmo são os eleitores. E neste aspecto o Brasil vai mal: tem torcida demais e eleitor de menos. São Paulo, por exemplo, tida como a principal cidade italiana fora da Itália, em termos eleitorais conta igual a Lugano, na Suíça, menos que Nova Iorque e Paris, bem menos que Buenos Aires ou Toronto. Se o Brasil inteiro, onde se afirma viverem cerca de 25 milhões de oriundos, é fraco politicamente, que dizer de jurisdições consulares isoladas como Curitiba, Porto Alegre, Belo Horizonte ou mesmo Rio de Janeiro?

Esse pequeno peso na balança da política italiana desencadeia uma espécie de círculo vicioso: pesamos também pouco nas balanças burocrática e administrativa. Assim, acabamos perdendo outra vez no campo da representação. E assim sucessivamente. Foi o que aconteceu no período de 2001 até aqui, quando o governo italiano, já se preparando para as eleições de 2006, desenvolveu esforços para a atualização do cadastro geral de eleitores no exterior, devido à defasagem descoberta entre os inscritos nos cartórios consulares e aqueles inscritos nos cartórios municipais da Itália (que de fato contam para fins eleitorais). Enquanto em países da Europa (Alemanha, França, Suíça, Espanha etc), na Austrália e nos Estados Unidos, o número de eleitores cresceu com a correção e regularização de todos os endereços, países da América Latina, especialmente o Brasil, ficaram patinando em meio a problemas que persistem, agravados pela ingente e vergonhosa fila da cidadania: Francfurt, por exemplo, tinha, em números redondos, 43 mil eleitores regulares de um total de 53 mil inscritos; hoje tem quase 85 mil eleitores em situação regular. São Paulo, no Brasil, não possuia 58 mil eleitores regulares, de um total de 100 mil inscritos; hoje tem 88 mil regulares contra 150 mil inscritos. Curitiba ostentava pouco mais de 11 mil eleitores em 2001, contra 30 mil inscritos e, hoje, se apresenta com 23 mil nomes em condições de votar. Situação mais ou menos semelhante à de Porto Alegre, que de um total de cerca de 49 mil inscritos, tem apenas 35 mil em situação regular atualmente.

Os números informam sem meias palavras que nos últimos quatro anos crescemos em eleitores regularizados, mas cresceram também os totais pendentes de regularização (assim entendidos não inscritos nos cartórios municipais italianos e aqueles com endereços irregulares). Vai daí que o governo italiano, preocupado com o que poderá ocorrer nas próximas eleições, determinou aos consulados que dêem prioridade ao trabalho de regularização das listas eleitorais. Uma terefa quase impossível para consulados com fraca estrutura como o de Curitiba, agora assoberbado de trabalho também pela outra “fila da cidadania” que vem da Itália: os processos gerados na Península por pessoas que, cansados de esperar na fila daqui, viajam ao Velho Continente, onde arranjam endereço e se apresentam à polícia, conseguindo permanência por um ano e, assim, dando início ao pedido de reconhecimento da cidadania italiana a que têm direito. Os decumentos são remetidos ao consulado de origem para “legalização” e em regime de urgência. Segundo o cônsul Mario Trampetti, isso está a exigir um esforço dobrado dos funcionários que já não davam conta da fila formada aqui, às portas do consulado e que, nos últimos tempos, tem gerado sérias críticas por parte de requerentes.

Numa espécie de “pacau de bico”, Trampetti chega a se perguntar sobre o que seria mais importante do ponto de vista estratégico para a comunidade ítalo-brasileira: continuar cuidando quase que exclusivamente de questões envolvendo o reconhecimento da cidadania italiana e emissão de passaportes ou atualizar cadastros de cidadãos já reconhecidos, para que possam votar nas próximas eleições e, assim, aumentar um pouco o peso político-eleitoral da comunidade… “é certo que as duas coisas ao mesmo tempo não dá para fazer”, adverte ele que, até setembro ou outubro, deverá concluir seu período atual de serviço no exterior e voltar para Roma.

O QUE QUEREM?

Num antecipado inventário de sua atuação, contabiliza o aumento do número de cidadãos italianos reconhecidos em sua circunscrição (de 28 mil para 50 mil), além da realização de um vigoroso programa de incentivo ao ensino da língua italiana nos dois Estados (Paraná e Santa Catarina). Sua principal arma, entretanto, é o resultado de uma pesquisa sobre o perfil dos usuários do consulado, tratada de forma eminentemente técnica. “O que, de verdade, quer o nosso cliente”, perguntava-se Trampetti: “apenas o reconhecimento da cidadania, ou também coisas ligadas à cultura, como, por exemplo, um master numa universidade italiana?” O resultado da pesquisa, enquanto confirma uma grande frustração da maior parte dos que procuram o consulado (8 dentre 10 ligações telefônicas não eram atendidas, à época), supreende em aspectos relacionados à procura de outros serviços alheios à fila da cidadania. “Nota-se – sentencia o relatório nas conclusões finais – que a percepção do serviço consular é baixa, principalmente por causa da dificuldade que o público tem em obter informações deste órgão. Dos comentários, percebe-se que boa parte das pessoas que efetivamente foi atendida pelo Consulado está satisfeita”. O relatório aponta uma saída: “É necessário estruturar um eficaz sistema que permita ao Consulado Geral e a sua rede consular honorária fornecer informações satisfatórias às pessoas que o procuram, eliminando ou ao menos diminuindo a sensação de descaso ou de frustração que alguns sentem ao não obter o que desejam”.

Trampetti concorda que, com tantos problemas de relacionamento com seus “clientes”, se o Consulado fosse uma empresa privada estaria condenado à falência. E faz suas as palavra finais do relatório, segundo as quais é preciso “preparar e divulgar programas culturais que, de qualquer modo, aproximem as pessoas das suas origens italianas – principal motivação pela qual requerem a cidadania italiana – para, finalmente, estabelecer um relacionamento profícuo com a comunidade ítalo-brasileira”.

Com efeito, o documento é categórico quando afirma que 46,3% dos entrevistados (835, de um total de 1.500 responderam as perguntas) procuram o reconhecimento da cidadania italiana apenas por uma questão de resgate das origens, embora apenas 3,4% destes possuam razoável conhecimento do idioma italiano – campo aberto, portanto, para afundar o pé no acelerador da propagação do ensino da língua de Dante.

Com o resultado dessa primeira pesquisa que um Consulado ousou fazer para nortear seu trabalho, Trampetti volta ao tema da representatividade política da comunidade. E arrisca um palpite: talvez, em função das eleições, a sensibilidade política italiana seja, enfim, despertada para o enorme potencial que representa a grande comunidade ítalo-brasileira.☼