‘La voglia di riscoprirsi italiani’

Entrevista com o jornalista Desiderio Peron, editor da revista bilingue “Insieme” publicada no site “Mescolanza” em 07/07/2006

PATROCINANDO SUA LEITURA

 

u – I GIORNALI ITALIANI ALL’ESTERO

 

Brasile. Desiderio Peron: la voglia di riscoprirsi italiani.

Desiderio Peron 58 anni, sposato, nel 1994 fonda “Insieme”, mensile bilingue, italo-portoghese, edito a Curitiba, Paranà. L’idea, riuscita, era quella di creare un organo d’informazione che contribuisse all’integrazione della comunità italiana nella società brasiliana. E’ un italiano di terza generazione: il nonno emigrò in Brasile da Castelfranco Veneto. Da sempre si occupa di giornali e giornalisti…
Anagrafica giornale

  •  nome testata: “Insieme
  • anno di nascita: 1994
  • luogo di pubblicazione: Curitiba – Paraná – Brasile
  • periodicità: mensile
  • direttore: Desiderio Peron
  • editore: Desiderio Peron
  • numero di copie: 15.000 (bilingue italiano e portoghese)

 Anagrafica direttore

  • nome: Desiderio Peron
  • luogo di nascita: Taió – Santa Catarina – Brasile
  • età: 58 anni
  • stato civile: sposato
  • anno d’inizio direzione: 1994

 n Dove è nato?

In Brasile, dove è nato anche mio padre. Mio nonno è emigrato qui da Castelfranco Veneto (TV) .

n Per quale motivo suo nonno lasciò l’Italia?

Quello era il tempo della grande diaspora italiana.

n Come è arrivato alla direzione del suo giornale?

Come giornalista (ero anche presidente della sezione Trevisani nel Mondo a Curitiba), avevo creato un bollettino diretto ai soci. Altre associazioni se ne interessarono e, per non farne uno per associazione, suggerii di creare “Insieme”.

n Quella del direttore è sempre stata una sua ambizione o un giorno le è capitato…?

L’idea era di produrre informazione e contribuire all’integrazione della comunità italiana nella società brasiliana. Il progetto all’inizio era cooperativo, gestito dalle associazioni.

n Oggi non è più così?

Per una serie di motivi, anche commerciali, la rivista si è costituita in una piccola casa editrice.

n Quale altro lavoro avrebbe voluto fare?

Mi sono sempre occupato, in tutta la mia vita, di giornalismo e di giornalisti, giacché per 12 anni (dal 1979 al 1991) sono stato presidente del sindacato dei giornalisti professionisti del Paraná, con partecipazione anche al direttivo della Federazione Nazionale dei Giornalisti del Brasile. Oggi, per la prima volta, sono fuori da un quotidiano, per dedicarmi un po’ più alla rivista.

n Di sicuro, dopo le ultime elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero è cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere che invece non si sa?

Direi proprio di si. Anche se nello “Stivale” parlano di questa “Italia nel mondo” non sempre in maniera corretta. La nostra storia, sarebbe giusto dire, è parte della storia dell’Italia stessa.

n Cosa le dà maggiormente fastidio?

Le critiche nei confronti degli immigrati che, pur non avendo fatto fortuna, portano ancora l’Italia nel cuore; un’Italia che – è vero – non esiste più, ma è sempre la Patria.

La carenza della struttura consolare: “la doppia cittadinanza” è un esempio di come esista, talvolta, un vero e proprio disprezzo burocratico nei confronti di persone che, pur avendo diritto alla cittadinanza italiana, forse, non potranno mai goderne.

n Come descriverebbe la comunità italiana di oggi?

Tranne le eccezioni che, naturalmente, ci sono, la comunità italiana – principalmente, quella italo-brasiliana, calcolata fra i 25/30 milioni di discendenti di immigranti italiani – è fiera delle sue origini e ha molta voglia di conoscere l’Italia, anche se non ha un’idea esatta di quella che è l’Italia odierna. Si può dire che c’è una comunità italiana e una italica. Quella italiana ha, magari, in mente un’Italia ferma alla metà del secolo scorso. Quella italica, invece, cerca di scoprire l’Italia raccontata dai nonni, dai bisnonni…

Alcuni stereotipi sopravvivono, ma c’è una grande voglia di riscoperta delle radici”.

n Quale è stato il periodo più difficile da affrontare?

Da noi, in Brasile – e non parliamo dei primi tempi dell’immigrazione, tutto da raccontare – sicuramente è stato quello della Seconda Guerra mondiale: il Brasile ha lottato contro l’Asse Germania/Italia/Giappone. Gli italiani sono stati costretti a chiudere associazioni, ospedali, scuole, cambiare nome e direttivi degli enti, dimenticare la lingua. La rinascita dell’italianità è avvenuta negli anni 70, con la ri-democratizzazione del paese. E questo spiega un po’ le cose!.

n Come è mutata negli ultimi anni? Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti? Quali invece sono le costanti?

Il cambiamento più sentito, forse, è proprio quello di non aver più paura di dirsi italiano (anche se di italiano, in tanti, rimane poco!). Di essere fieri delle proprie origini. Con internet ed i mezzi di comunicazione odierni, sono i ragazzi che ne giovano maggiormente.

n Come valuta, nel complesso, il risultato inatteso di queste ultime elezioni? E cosa, nella pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo governo?

Se il Brasile conta quasi 25 milioni di italo-brasiliani, quelli iscritti ai consolati (ne abbiamo 5) sono circa 300mila. Le file d’attesa degli aventi diritto alla cittadinanza italiana “iure sanguinis” davanti ai consolati è, forse, della stessa lunghezza. Per questo, le elezioni hanno interessato una minoranza molto ristretta, diciamo 150 mila persone al massimo.

In qualche modo, per noi, il risultato inaspettato è stato diventare “determinanti”. Meglio così, gli italiani nel mondo si sono fatti vedere. Mi sembra che, tranne per quei settori che hanno già rapporti con l’Italia (business, turismo), la comunità vorrebbe il rafforzamento della struttura dei consolati (se ci sono dei diritti, vanno protetti); poi, che si potesse mitigare questa sete di italianità (cultura, informazione, arte, storia). Ogni famiglia ha un’epopea da raccontare: rapporti con l’Italia perduti o voglia, ancora non soddisfatta, di ritrovare questi legami. Cose semplici che ad un governo costerebbero poco, senz’altro. Poi ci sono le rivendicazioni su questioni più pratiche, come la pensione….

n Per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”, tanto per dirne qualcuno, quale è il rapporto degli italiani con:

gastronomia: “Gli italiani sono sempre fieri della loro cucina. Quasi dappertutto sono diventati di moda ristoranti, trattorie, pizzerie, pasticcerie con nomi chiaramente italiani. Anche se non sempre li meritano”.

moda: “E’ sentita un po’ meno della gastronomia. Ma mantiene sempre il suo charme”.

cultura/storia: “Sono quelle che, in particolare, ciascuno ha ereditato dalla propria famiglia”.

politica: “Un buco. Lo ha dimostrato questa elezione. Va ricordato che la Rai, da noi, arriva soltanto tramite la tv a pagamento. E tranne che a San Paolo, non si trovano quotidiani italiani (anche l’iniziativa del Corriere della Sera abbinato ad un quotidiano locale è stata praticamente fallimentare). Forse adesso, dato il nuovo clima politico si può cominciare un’altra tappa!”.

• sport: “Per tanti, lo sport è una passione. E certo i tifosi non mancano”.

n E le nuove generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?

Non ci sono dubbi: il desiderio di imparare la lingua italiana è cresciuto negli ultimi anni. E i giovani sono la maggioranza, specie quelli che in italiano avevano imparato a dire “buongiorno”, e qualche parolina in “talian” (una mescolanza di dialetti italiani, spesso del Nord, con il portoghese-brasiliano, mantenuta principalmente nelle comunità più interne). Direi proprio che parte soprattutto da loro questa voglia di italianità che ci sta attraversando.

n Cosa risponde a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia necessario conoscere almeno l’italiano?

Sarebbe auspicabile che tutti conoscessero l’italiano “pulito”. Tanti, come ho detto, capiscono e parlano ancora il dialetto “talian”. Ma non solo la lingua, anche la cultura, la storia, l’attualità italiana. Sicuramente è bello sapere che la riscoperta delle radici porta tantissimi alla decisione di frequentare corsi per imparare l’italiano. Con amore e gratitudine.

Ma bisogna dire che il diritto di sangue non comporta alcun obbligo: sarebbe giusto, raccomandabile (non si può obbligare) conoscere l’italiano. Sarebbe ancora meglio offrire delle opportunità a chi si interessa della nostra Italia e delle cose italiane.

n Quale è, oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?

Per quel che riguarda “Insieme”, posso dire che il nostro ruolo è chiaramente di diffondere e promuovere la cultura e la lingua italiana, anzi, italo-brasiliana (giacchè bilingue), in tutti i sensi, senza vincoli ideologici o partitici. La rivista si mantiene, praticamente, solo grazie agli abbonati e, sporadicamente, a qualche associazione. Negli ultimi due anni abbiamo avuto la fortuna di ottenere i contributi per la stampa italiana all’estero. Quasi una elemosina… insomma… però sempre un contributo.

n Infine, quale valore aggiunto hanno apportato le comunità italiane nelle società nelle quali si sono insediate?

Gli italiani hanno portato, in tutte le comunità in cui si sono inseriti, le migliori competenze nel campo dell’arte, della politica, dell’imprenditoria, dei lavori sociali. Talvolta basta sentire un cognome italiano…

In Brasile, circa il 30% del Prodotto Interno Lordo sarebbe realizzato dagli italiani. Un dato che deve far riflettere. 

 

Antonella Parmentola

 

07/07/06