“Non c’è altro da fare che protestare”

ula politica non è solo quella istituzionale, più o meno rituale, ma è anzitutto un insieme di rapporti tra soggetti individuali e sociali”.

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Secondo quanto rileva l’ex-console a Curitiba, Marcello Alessio, gli italiani dell’America del Sud sono “considerati politicamente meno affidabili”. Purtroppo – afferma, non c’è altro da fare che protestare.

■ È d’accordo che siamo politicamente insignificanti?

Non completamente. Anzitutto però bisogna fare una premessa tecnica. Il numero degli elettori “bonificati”, cioè iscritti nelle liste del Ministero dell’Interno e quindi effettivamente in grado di votare, è solo uno dei molti dati che andrebbero presi in considerazione per valutare il “peso politico” di una collettività. Se poi ci si limita a misurare il “peso elettorale”, allora il discorso si complica. Da una parte, il parametro dovrebbe essere il numero di coloro che effettivamente utilizzano il loro diritto di voto, cioè la “propensione al voto” di ogni collettività: noi sappiamo che in Sudamerica essa è molto più alta, quasi doppia rispetto ai paesi europei e nordamericani, ma non è affatto detto che questo sarà tenuto in conto nel momento di stabilire il numero di deputati e senatori assegnati a ognuna delle quattro ripartizioni: anzi, in base all’attuale regolamento, il solo numero che verrà preso in considerazione sarà quello degli elettori “regolari”, e questo potrebbe portare a disparità clamorose e paradossali nel rapporto tra numero di elettori ed eletti tra le diverse ripartizioni.

Da questo punto di vista, sono sicuramente d’accordo sul fatto che il Ministero degli Esteri dovrebbe dedicare molto maggiori energie a regolarizzare gli elettori che si sono dimostrati più attivi e motivati, cioè quelli sudamericani, e quindi aumentare il numero dei loro deputati, piuttosto che affannarsi tanto nelle zone già soprarappresentate, dove la propensione a votare è più bassa. E purtroppo non si può evitare di pensare che questa disparità nasca da una (inconsapevole?) scelta politica, che tende a privilegiare il ruolo degli italo-europei e italo-nordamericani rispetto al nostro. La stessa scelta che parecchi anni fa ha causato la nota sproporzione tra il numero dei rappresentanti nordamericani rispetto a quelli sudamericani in seno al CGIE. In sostanza, gli italiani del Sudamerica sono considerati politicamente meno affidabili, forse proprio perchè si sono dimostrati più resistenti alla “normalizzazione” che alcuni (ad esempio Luciano Neri della Margherita, ma adesso anche Domenico Pisano) hanno esplicitamente indicato come condizione per una partecipazione “costruttiva” alla vita politica italiana. Io la penso esattamente al contrario: proprio la maggiore propensione al voto dimostrata dagli italo-sudamericani, mi pare un segnale del fatto che essi non sono ancora entrati nelle logiche artificiose e incomprensibili in cui è impanatanata la politica italiana, e quindi potrebbero portare quella “ventata di aria fresca” di cui i più intelligenti fra i politici italiani sentono la necessità.

Non sono d’accordo invece quando il Console Trampetti si domanda ” cosa sarebbe più importante dal punto di vista strategico per la comunità italo-brasiliana: continuare ad avere cura del riconoscimento della cittadinanza italiana e l’emissione di passaporti o aggiornare il registro dei cittadini già riconosciuti come tali, affinché possano votare nelle prossime elezioni e, così, aumentare un po’ il peso politico-elettorale della comunità…”

A parte l’equivoco implicito in questa domanda (il nesso tra elettori regolarizzati e numero di deputati assegnati non è così automatico), non accetto la riduzione del “peso politico” delle nostre collettività al solo peso alettorale, perchè la politica non è solo quella istituzionale, più o meno rituale, ma è anzitutto un insieme di rapporti tra soggetti individuali e sociali. Da questo punto di vista, che comunque riguarda tutto il Sudamerica e non solo il Brasile, è vero che nella massa di coloro che chiedono il riconoscimento della cittadinanza, prevalgono sicuramente coloro che lo fanno in modo puramente strumentale, cioè per poter viaggiare negli USA senza visto, o precostituirsi una via di fuga europea per il caso che qui le cose continuino ad andare male, o magari per sentirsi un pochino più in alto rispetto agli altri brasiliani, ma non per questo sarebbe giusto “gettare il bambino con l’acqua sporca” e bloccare l’accesso alla cittadinanza della minoranza effettivamente motivata.

Ho già indicato in molte sedi, alcuni possibili sistemi per “filtrare” le domande più strumentali e quindi rendere più leggere le file, favorendo le domande più autenticamente motivate; ma anzitutto ribadisco la necessità di avere una chiara idea delle dimensioni quantitative della domanda complessiva. A questo proposito, dobbiamo plaudire al Comites di S. Paolo, che grazie anche alla politica di trasparenza attuata da quel Consolato Generale, ha potuto elaborare un significativo calcolo delle dimensioni della “fila” nei prossimi anni. Credo che la stessa cosa si potrebbe realizzare facilmente anche a Curitiba. Tuttavia, bisognerebbe risalire di alcuni anni indietro, per ricostruire l’andamento del flusso delle domande e le eventuali variazioni nel suo ritmo (la “curva derivata”, come direbbe l’Ingegner Nardini). A tal fine, è indispensabile che le nuove domande, anche se per ora hanno scarse probabilità di essere trattate, vengano comunque accettate, registrate e accuratamente classificate e numerate.

Nelle scorse settimane mi avevano confortato le assicurazioni di alcuni funzionari ministeriali, secondo cui la pratica illegale dei “blocchi” delle cittadinanze era ormai stata espressamente proibita da una circolare a firma del Vice Direttore Generale. Pochi giorni fa però ho avuto la sorpresa di leggere un’intervista del Console a Mendoza, in cui serenamente si parlava di questo “blocco” come di una realtà ineluttabile, che da tre anni va avanti, addirittura con il consenso della collettività! E allora???

■ Di chi è la colpa maggiore per la nostra insignificanza politica attuale?

La risposta a questa domanda è implicita nella domanda con cui si conclude la mia risposta precedente. La colpa è sicuramente del Ministero degli Esteri, il quale ha impiegato più di vent’anni per capire e accettare il fenomeno della cittadinanza “iure sanguinis” (ricordo che nel 1986 neppure all’Ufficio Studi della Direzione Generale c’era qualcuno che ci capisse qualcosa), e adesso che finalmente ne ha preso atto, non riesce neppure a imporre un minimo di ordine e disciplina ai consolati della rete sudamericana.

■ Cosa fare per cambiare questo status?

Purtroppo non c’è altro da fare che protestare, reclamare e cercare di farsi sentire da qualche politico. Ma sappiamo che i politici italiani si dividono in due categorie: quelli indifferenti a tutto ciò che non tocchi direttamente il loro elettorato, e quelli che cercano di interessarsi a tutto, ma poi ovviamente non approfondiscono niente.

Bisogna accontentarsi per ora di questa seconda categoria. Un tipico esemplare di essa è Zacchera, di Alleanza Nazionale, che recentemente ha presentato una interrogazione sul tema delle “file” per la cittadinanza, in riferimento alla situazione del Peru che sicuramente è la più grave in assoluto. Chissà che non trovi il tempo di studiarla un po’ meglio nei suoi aspetti generali.


“Nada a fazer senão protestar”

u  “Não aceito a redução do “peso político” das nossas comunidades apenas ao peso eleitoral delas, porque a política não é som-ente aquela institucional, mais ou menos ritualística, mas principal-men-te um conjunto de relações entre sujeitos individuais e sociais”.

 

egundo observa o ex-cônsul em Curitiba, Marcello Alessio, os italianos da América do Sul são considerados “politicamente menos confiáveis”. Infelizmente – afirma ele, não resta outra coisa a fazer senão protestar e reclamar”.

■ Concorda que somos politicamente insignificantes?

Não completamente. Antes de mais nada, precisa fazer uma premissa técnica. O número dos eleitores “bonificados”, isto é, inscritos na relação do Ministério do Interior e, portanto, em condições de votar, é só um dos muitos dados que deveriam ser levados em consideração para avaliar o “peso político” de uma coletividade. Se porém a gente toma em conta somente o “peso eleitoral”, então o discurso se complica. De um lado, o parâmetro deveria ser o número daqueles que efetivamente usam seu direito de voto, isto é, a “propensão ao voto” de cada comunidade: nós sabemos que na América do Sul ela é muito mais alta, quase o dobre em relação aos países europeus e norte-americanos, mas não está escrito em lugar algum que isso será tido em conta no momento de estabelecer o número de deputados e senadores para cada uma das quatro “repartições eleitorais”: pelo contrário, com base no atual regulamento, o único número que será levado em consideração é aquele dos eleitores “regulares”, e isto poderia levar a disparidades clamorosas e paradoxais no relacionamento entre o número de eleitores e eleitos entre as diversas divisões.

Desse ponto de vista, estou totalmente de acordo sobre o fato de que o Ministério do Exterior deveria dedicar muito mais energia na regularização dos eleitores que se demonstraram mais ativos e motivados, isto é, os sul-americanos, e portanto aumentar o número de seus deputados, muito mais que dedicar-se às áreas super-representadas, onde a propensão ao voto é mais baixa. E infelizmente não se pode evitar de pensar que esta disparidade nasça de uma (inconsciente?) escolha política, tendente a privilegiar o papel dos ítalo-europeus e ítalo-norte-americanos em relação ao nosso. A mesma escolha que há muitos anos causou o conhecido desequilíbrio entre o número dos representantes norte-americanos em ralação aos sul-americanos dentro do CGIE. Em substância, os italianos da América do Sul são considerados politicamente menos confiáveis, talvez exatamente porque se mostraram mais resistentes à “normalização” que alguns (como por exemplo Luciano Neri, da Margherita, mas também Domenico Pisano, dos Azzurri nel Mondo) indicaram explicitamente como condição para uma participação “construtiva” à vida política italiana. Penso exatamente o contrário: exatamente a maior propensão ao voto demonstrada pelos ítalo-sul-americanos, me parece um sinal de que estes não entraram na lógica artificiosa e incompreensível em que se meteu a política italiana, e portanto poderiam trazer aquela “lufada de ar fresco” da qual sentem necessidade os mais inteligentes dentre os políticos italianos.

Não estou de acordo, entretanto, quando o cônsul Trampetti se pergunta “o que seria mais importante do ponto de vista estratégico para a comunidade ítalo-brasileira: continuar a cuidar do reconhecimento da cidadania italiana e da emissão de passaportes ou atualizar o registro dos cidadãos já reconhecidos como tal, para que possam votar nas próximas eleições e, assim, aumentar um pouco o peso político-eleitoral da comunidade…”

Fora o equívoco implícito na pergunta (a ligação entre eleitores regularizados e o número de deputados não é assim automática), não aceito a redução do “peso político” de nossas comunidades apenas ao peso eleitoral delas, porque a política não é apenas aquela institucional, mais ou menos ritualística, mas acima de tudo é um conjunto de relações entre sujeitos individuais e sociais. Desse ponto de vista que, de qualquer forma diz respeito a toda a América do Sul e não apenas ao Brasil, é verdadeiro que dentre aqueles que pedem o reconhecimento da cidadania, prevalecem seguramente os que o fazem de modo puramente instrumental, isto é, para poder viajar aos EUA sem visto, ou arranjar um caminho de fuga européia em função de que aqui as coisas continuam mal, o quem sabe para sentir-se um pouquinho mais elevados que outros brasileiros, mas nem por isso seria justo “atirar a criança com a água suja” e impedir o acesso à cidadania da minoria efetivamente motivada.

Já apontei diversas vezes alguns possíveis sistemas para “filtrar” os pedidos mais instrumentalizados e, portanto, aliviar um pouco as filas, favorecendo os pedidos mais autenticamente motivados; mas antes de mais nada reitero a necessidade de existir uma clara idéia das dimensões quantitativas de toda a demanda. Sobre isso, devemos aplaudir o Comites de São Paulo que, graças também à política de transparência daquele Consulado Geral, pode elaborar um significativo cálculo das dimensões da “fila” para os próximos anos. Creio que a mesma coisa se poderia fazer facilmente também em Curitiba. Entretanto, seria necessário voltar alguns anos atrás para reconstruir o andamento do fluxo dos pedidos e as eventuais variações no ritmo (a “curva derivada”, como diria o engenheiro Nardini). Para isso, é indispensável que os novos pedidos, mesmo que por enquanto tenham poucas possibilidades de serem tratados, sejam entretanto aceitos, registrados e cuidadosamente classificados e numerados.

Nas últimas semanas me animaram algumas afirmações de alguns funcionários ministeriais, segundo os quais a prática ilegal do “bloqueio” das cidadanias fora expressamente proibida por uma circular assinada pelo Vice Diretor Geral. Poucos dias atrás, porém, tive a surpresa de ler uma entrevista do cônsul em Mendoza, na qual tranqüilamente se falava desse “bloqueio” como de uma realidade imutável, que há três anos prospera, para surpresa com o consenso da coletividade! E então???

■ De quem a culpa maior pela nossa insignificância política atual?

A resposta a essa pergunta está implícita na pergunta com a qual se conclui minha resposta precedente. A culpa é, seguramente, do Ministério do Exterior, que levou mais de vinte anos para entender e aceitar o fenômeno da cidadania “iure sanguinis” (lembro que em 1986 nem mesmo no Escritório de Estudos da Direção Geral existia alguém que entendesse alguma coisa disso), e agora que finalmente tomou consciência, não consegue nem mesmo impor um pouco de ordem e disciplina aos consulados da rede sul-americana.

■ Que fazer para modificar esse status?

Infelizmente não há outra coisa a fazer se não protestar, reclamar e procurar fazer-se ouvir por algum político. Mas sabemos que os políticos italianos se dividem em duas categorias: aqueles indiferentes a tudo que não diga respeito diretamente ao seu eleitorado, e aqueles que procuram interessar-se por tudo, mas depois obviamente não se aprofundam em nada.

Precisa saudar por ora esta segunda categoria. Um típico exemplar dela é Zacchera, da Alleanza Nazionale, que recentemente apresentou um pedido de esclarecimento sobre o tema das “filas da cidadania”, relativamente à situação do Perú, que seguramente é a mais grave de todas. Tomara que ele encontre tempo de estudá-la um pouco melhor em seus aspectos gerais. (Trad. DePeron)