Il ritorno dell’operetta. Ed ora è (quasi) brasiliana

Già dal titolo si comprende l’ironia e l’irriverenza. La stessa ironia ed irriverenza che, alla fine dello spettacolo, lascia la sensazione che tutto è passato molto veloce. E ne esci sereno e ridendo da solo, giurando che tornerai a vederlo di nuovo. “Janaína, não seja boba” (“Janaína, non essere stupida”, ndt) è così. Teatro, musica e divertimento. Un’operetta brasiliana. O quasi. Lavoro di due italiani che, da parecchio in Brasile, si dilettano lavorando esclusivamente nel mondo dell’arte e della cultura: Roberto Innocente e Alessandro Sangiorgi – il primo, attore, regista, scenografo e drammaturgo e nel caso, produttore e regista, il secondo pianista, compositore e direttore d’orchesta, compositore delle 27 musiche dello spettacolo – entrambi con un curriculum invidiabile, spesso insieme, in particolare a Curitiba-PR. La prima operetta composta nel Paraná (forse in Brasile, ma di ciò non ne abbiamo certezza) è un mix di classico accento teatrale italiano e rivista brasiliana e coinvolge il talento di una decina di artisti e altrettanti tecnici e maestranze.

Come afferma la produzione, è una “opera dentro l’opera” che prende spunto da una serie di malintesi sentimentali. A Rio de Janeiro il maestro Martins vuole mettere in scena la sua prima operetta “Janaína, não seja boba”. La nipote del sindaco della città, Janaína, è innamorata di Chico, ma lo zio cerca di porre fine al loro amore; Francisco e Miranda fuggono dal papà di lui che non vuole vedere il figlio sposato con una cantante. Tocca al furbetto della città, Thiaguinho, riequilibrare la situazione affinché vi sia un lieto fine.

L’opera – premiata nel Concorso di Teatro della Commedia del Paraná nel 2016 – nelle sue 20 presentazioni e due prove aperte al pubblico dal 6 febbraio al 3 marzo, ha riempito dal mercoledì alla domenica il piccolo teatro Barracão Encena di Curitiba, ottenuto elogi dalla critica e dal pubblico ed è pronta per spiccare il volo, se la produzione troverà il sufficiente sostegno al suo progetto. Sulla sua operetta, la sua battaglia ed idee, abbiamo di seguito un’intervista che il drammaturgo e regista Roberto Innocente ha concesso in esclusiva ad Insieme:

■ È giusto dire che “Janaína não seja boba” è la prima operetta concepita in Brasile?

Non saprei. Di sicuro è la prima scritta, messa in musica, prodotta e presentata a Curitiba. Ho fatto molte ricerche sui vari generi prsentati nella storia di Curitiba. Opera lirica, musicale, ma operetta no. Quindi questa mia e di Sangiorgi è la prima per Curitiba.

■ Da dove nasce il titolo?

Io scrivo molto per il teatro, il cinema e la televisione. Uno inventa una storia. La protagonista si chiama Janaína e ad un certo punto, in un momento importante del lavoro, ella non sa prendere una decisione. Non sa se dare il suo amore a Chico o rispettare il divieto di suo zio. Quindi: Janaína, non essere stupida; smettila di avere questi dubbi e datti tutta all’amore. Da lì è nato il titolo. Il nome mi è piaciuto, ha una certa musicalità nelle parole, si è inserito molto bene nelle musiche che Sangiorgi ha composto, visto che è una delle canzoni principali del lavoro. Insomma, tutto ha trovato un suo perché.

■ Ma non è solo amore…l’opera fa anche delle critiche sociali!

Provengo da una scuola di drammaturgia italiana dove sempre c’è un qualcosa da dire. Non si scrive solo per il semplice diletto. I miei punti i riferimento sono Lugi Pirandello, Carlo Goldoni, Eduardo de Filippo, questi grandi drammaturghi. E così, anche in questa operetta, seppur molto leggera – visto che la parte più importante è la musica, c’è una storia di sentimenti: due coppie di innamorati che vedono il loro amore contrastato da un padre ed uno zio – ha molto a che vedere con il nostro piccolo mondo, una piccola città, piccola borghesia, cosa che potrebbe benissimo rappresentare Curitiba, con le sue manie, il parlare alle spalle, cose così. Allo stesso tempo c’è il sogno, il desiderio del maestro Martins che ha scritto un’opera e che da 20 anni cerca di realizzare questo sogno.

E al contempo ci sono altri due motivi di riflessione. Una delle protagoniste è una donna di teatro, il padre del ragazzo non vuole che lui si fidanzi con lei perché appartiene a questo mondo. Insomma, una forma di scherzare sul preconcetto contro gli artisti, persone delle quali non è ben chiaro come vivano, cosa facciano…Insomma, queste piccole situazioni, espresse in un modo garbato e divertente, visto che stiamo parlando di una commedia. Ci sono alcune personalità – ad esempio il sindaco molto ben interpretato da Tiago Luz – che hanno la libertà di mettere in scena fatti del giorno. Nelle ultime repliche era da poco stato aumentato il prezzo del biglietto dell’autobus a Curitiba e ciò è stato messo in scena…cose che rendono l’opera molto contemporanea, attuale, mettendo in scena momenti della quotidianità, facendo riflettere, ma in una maniera leggera.

■ Un po’ provinciale ma anche universale!

Sì, universale. Quando dicevo che i miei punti di riferimento sono Goldoni e altri, mi riferivo a “Le Baruffe Chiggiotte”, un suo bellissimo lavoro e a “Il Campiello”. In questa piazzetta avvengono tutte le relazioni tra vicini e vicine…mi sono molto ispirato a questa idea creando questa piccola piazza di Angra dos Reis.

■ Come è andata la stagione: ha sentito una buona risposta da parte del pubblico?

Il pubblico è stato meraviglioso. Oltre 1200 persone hanno visto lo spettacolo nelle 20 presentazioni. Credo che siamo tra le poche compagnie che si presentano dal mercoledì alla domenica. Abbiamo provato questa formula. I mercoledì ed i giovedì avevamo qualche spettatore in meno seppur qualche volta abbiamo registrato il tutto esaurito. Insomma, è andata bene. Le critiche tutte positive ed io sono soddisfatto.

■ Ci sono persone che l’hanno vista più di una volta…

In molti hanno visto lo spettacolo due, tre volte…persino quattro. Il prezzo del biglietto non era alto. Ma, chiaro, evidentemente apprezzavano il lavoro che giustificava il trascorrere la serata con noi.

■ Come è lavorare con il maestro Sangiorgi?

Lavorare con Alessandro Sangiorgi è favoloso. È la persona che dall’Italia mi ha portato in Brasile: era direttore della Sinfonica del Paraná che ha fatto un progetto con il Conservatorio dove io insegnavo, in Italia. Lui venne là, io stavo dirigendo un’opera. Mi disse: vieni a dirigere La Boheme a Curitiba. Io gli risposi che nemmeno sapevo dove fosse Curitiba. Lavorare con Alessandro è molto positivo perché lui è un grande specialista di musica classica, opera, lirica…Credo sia la persona con la più alta cultura operistica a Curitiba, di sicuro nel Paraná, forse persino in Brasile. Ma allo stesso tempo è un amante della musica. Di qualsiasi genere. La nostra prossima idea è un’opera rock, nulla a che vedere con il mondo della musica classica o dell’opera. Quindi a lui piace un panorama più ampio e in queste composizioni che ha preparato per l’operetta si capisce quali riferimenti abbia, vero? È una persona a cui “piace giocare” ed è un grande artista.

■ Dice che nel suo ultimo lavoro – Janaína não seja boba – unisce due culture, ossia il teatro di rivista brasiliano e l’operetta italiana. Come si sviluppa ciò nell’operetta?

È un po’ un mio chiodo fisso fin da quando sono in Brasile, un paese grande, enorme, con molte contraddizioni, tante cose belle e tante no, con diversità incredibili…Non sapendo nulla di questo paese, nei primi due/tre anni ho letto molti libri, visto film, ascoltato musica, conosciuto luoghi…e sono riuscito a farlo in una maniera molto interessante. Qui sapevano della mia conoscenza a rispetto della “Commedia dell’Arte”, avendo avuto la fortuna di lavorare con grandi maestri come Dario Fo e altri e così mi hanno chiesto di lavorare in questa area. Ho accettato ma con la condizione che avremmo parlato del Brasile. Ossia, inventiamoci una “commedia dell’arte” brasiliana. E così ho iniziato questo lavoro con questo gruppo che ho montato, il Arte della Commedia ed abbiamo iniziato a cercare maschere brasiliane. Ciò ci ha fatto conoscere il Brasile, visto che abbiamo dovuto studiare i temi trattati.

E poi c’è un’altra cosa fondamentale: io ho la mia cultura ma vivo in un mondo che ne ha un’altra. Una cosa che mi attira è unire le due. Ossia non sostituire la mia storia e quello che ho dentro di me che è la cultura italiana, la cultura che proviene fin dall’antica Roma con la cultura di questo paese per me nuovo, ma unirle. Sono cittadino italiano perché non ho ancora la cittadinanza brasiliana, ma in realtà mi sento cittadino del mondo. Qualunque sia il luogo dove una persona possa realizzare i suoi sogni, mantenere la sua famiglia, vivere bene, quello è il luogo patrio. Può essere l’Italia, il Brasile…ciò non mi interessa. Ma mi piace l’idea di unire. In questa operetta, con le musiche che Sangiorgi ha composto, si è creata una congiuntura di cose che evocano il teatro di rivista di Rio de Janeiro, della Praça Tiradentes con l’operetta italiana. Questo per me è molto affascinante perché mantiene la mia origine ed allo stesso tempo mi pone nella mia realtà quotidiana.

■ Porterebbe questa operetta in altre città?

È quello che sto cercando di fare. Un’operetta come questa, che unisce musica, teatro e tutto il resto, funzionerebbe molto bene nell’entroterra dello Stato che non riceve spesso queste proposte. Abbiamo già preparato un progetto con l’appoggio della Oi per otto città dell’entroterra del Paraná; stiamo ora preparando un progetto che può rientrare nella Legge Rouanet…chissà che qualche impresa italiana se ne interessi, favorendo la sua circolazione nel Paraná e, successivamente, per il Brasile, in qualche capitale. Stiamo cercando, tramite il Sesc, di portare lo spettacolo a San Paolo…chissà che il nostro vice-governatore e Presidente del Sesc-Paraná possa aiutarci.

■ Lei è impegnato a portare il teatro tra la gente, per le strade…quali difficoltà affronta per riuscirci?

Sono totalmente a favore del teatro popolare. Cosa significa? Non parlo di teatro populista, di barzellette oscene o cose di questo genere. Ma di un teatro che cerca di raggiungere tutti. Fin da quando sono arrivato, ma anche quando ero in Italia, insomma da sempre mi preoccupo del linguaggio, che deve avere differenti registri di lettura. Ossia che possa essere accessibile tanto alle persone con un livello culturale superiore come a quelle di un livello meno elevato, mettendo punti di riferimento diversi.

Portiamo i nostri spettacoli in quartieri meno abbienti, popolari, nell’entroterra, ovunque. Mi piace lavorare in strada, la maggior parte dei miei spettacoli è in strada, nelle piazze. Ora, con il nuovo clima socio-politico brasiliano credo sarà un po’ più difficile, più complicato farlo. Curitiba non è mai stata facile. Il pubblico curitibano non è un pubblico che viene facilmente in piazza, però in molti sono venuti nella Piazza Santos Andrade o altre. Ora il clima è un po’ cambiato. Persino il decreto del nostro sindaco che proibiva il teatro di strada, le manifestazioni di strada, è stato alla fine annullato…credo che abbia a che vedere con questo nuovo clima che si respira nel paese e non so quanto faccia bene alla cultura, all’arte, alla cultura di strada. Ma lavorare per la gente nelle piazze e nelle strade mi da una grande soddisfazione. Perché si vedono le persone che magari non hanno mai potuto usufruire della cultura, essa non si era mai fermata da loro e ciò gli permette di immaginare un mondo diverso da quello che è la loro quotidianità.

■ La reazione del pubblico è stata positiva?

Molto. Il curitibano classico è colui che passa, guarda e se ne va senza salutare. Ma molte persone si fermano e restano con noi a sognare una realtà che può essere cambiata.

■ Da quanto tempo Lei è in Brasile?

Tredici anni.

■ Tredici anni dedicandosi al teatro?

Sì. Sono oltre 35 anni che lavoro nel mondo del teatro. Già ci lavoravo in Italia, avevo una compagnia e tutto il resto. Sono venuto qui ed ho ricominciato.

■ Qui si è sposato?

Ho una compagna, figli brasiliani con cittadinanza italiana, insomma, la mia famiglia ora è qui. In Italia ho un fratello. Oggi è più facile per lui venirmi a trovare che io andare là…ci parliamo continuamente.

■ Mantiene i Suoi contatti culturali con l’Italia?

Ho molti amici in Italia, in Francia, in Grecia, in Inghilterra. Sono in contatto con loro. Ho anche fatto qualche lavoro di regia a distanza. A volte ho avuto bisogno di qualche testo che qui non trovo – in Brasile non è facile trovare una certa letteratura, la drammaturgia italiana qui non c’è, non è conosciuta e secondo me ciò è orribile! – così molte volte mi hanno spedito libri. Siamo in costante contatto ma non ci sono mai tornato. Non ne ho motivo.

■ Grandi allegrie, grandi frustrazioni?

Una grande allegria è l’essere riuscito a ricominciare una carriera artistica. Non sono un artista di televisione, di quelli che appaiono, sono un artista che lavora quotidianamente, la stessa cosa che facevo in Italia. Quindi ricominciare in questa maniera non è stato facile. Se qualcuno mi avesse detto: vai là che si può fare, forse non ci avrei creduto. Questa è una grande allegria. Una grande delusione è l’aver perduto, lungo la mia strada e in particolare qui in Brasile, alcune persone alle quali avevo concesso tutta la mia fiducia, tutto me stesso ma che non si sono comportate molto bene nei miei riguardi. Pace, succede.

■ Prossimo progetto?

Sto lavorando qui, nel teatro Barracão Encena “La Veneziana”, ad un testo italiano anonimo del 1500 che ho tradotto, una storia che si ambienta a Venezia. Divertente, una commedia sull’affermazione femminile, ossia come la donna determina molto la vita nelle relazioni. Veniteci a vedere il 4, 5 e 6 di aprile nel teatro Barracão Encena.

■ Sull’artista brasiliano?!

Il Brasile ha preso un po’ da tutti. Da qui tutti sono passati, giusto? Spagnoli, olandesi, portoghesi, italiani, la cultura africana…insomma, qua si è riunito quasi tutto il mondo. Quindi si è un po’ in debito con tutti. La parte italiana ed anche la cultura francese, hanno portato qui quel poco di cultura classica che il Brasile ha preso e poi sviluppato. Però, quello di cui sento la mancanza qui è la conoscenza del classicismo. Non tanto per presentarlo. Ho avuto incontri con altri registi e maestri di scuole di Rio de Janeiro e San Paolo. Non riesco a capire come sia possibile lavorare su Beckett se prima non si è visto Seneca, Goldoni. Come voler scrivere senza conoscere l’alfabeto. Per me il mondo della cultura classica è l’alfabeto. Qui manca un pochino questo. Ma, sotto un altro punto i vista, c’è molta creatività e inventiva.

■ Quale messaggio vuole lasciare al pubblico?

Spero di riuscire a trasmettere, nei miei spettacoli, il messaggio che sempre si può cambiare il mondo. Che può essere cambiato. Che nulla di ciò che accade nel mondo, bello o brutto che sia, non possa essere cambiato. Vorrei che il teatro aiuti il cambiamento, il cambiamento delle coscienze delle persone, la capacità di riflettere sulla vita, la società.

  Arte impegnata…

Credo che non possa esistere un’arte non impegnata. Impegnata non significa politicamente posizionata. Questa velleità giovanile del periodo studentesco l’ho persa. Non è qualcosa che ha a che vedere con la politica ma con il sociale, l’antropologico. Più che politico!