Lingua e cittadinanza: una risposta a Beppe Severgnini

u < ?xml:namespace prefix = st1 ns = "schemas-houaiss/mini" />BELO HORIZONTE – MG – L’articolo di Beppe Severgnini, pubblicato < ?xml:namespace prefix = st2 ns = "schemas-houaiss/acao" />sul Corriere della Sera, e ripreso anche dall’Aise, ha il merito di dire quello che molti sussurravano ma pochi dichiaravano: la necessità della conoscenza della lingua italiana per la richiesta di cittadinanza. Probabilmente con questa esigenza riusciremo ad allontanare i pigri, che non vogliono imparare la lingua, e gli opportunisti, che solo pensano ad emigrare negli USA, ma quanti altri aspiranti cittadini italiani allontaniamo?

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Se l’intenzione della legge è di recuperare l’interesse verso l’Italia dei discendenti degli emigranti sparsi nel mondo non otterremo l’effetto contrario con l’introduzione dell’obbligo della conoscenza della lingua italiana?

E conoscenza in che misura? E su chi ricadrebbe il compito di insegnare all’estero la nostra lingua?

Severgnini, nell’articolo, descrive le ricadute benefiche di un’eventuale modifica, in termine di interesse e giro di affari per gli istituti italiani di cultura, ma dove sono le strutture che, con una ampia diffusione sui territori di emigrazione, potrebbero garantire la possibilità di conoscere l’italiano e con costi controllati?

Basti pensare al Brasile dove il territorio è enorme e gli Istituti Italiani di Cultura, che sono due e situati a pochissima distanza l’uno dall’altro (Rio e San Paolo), non possono garantire una presenza capillare sul territorio né l’insegnamento dell’italiano dove ci sarebbe bisogno.

Ci sarebbe invece bisogno di investire prima e molto sugli IIC e in generale sulla diffusione di lingua e cultura ed anche sull’informazione, tre punti fondamentali per la crescita ed il rafforzamento di identità delle collettività italiane rese fragili ed isolate ogni giorno di più, proprio perché localizzate in paesi stranieri.

Quanto all’informazione italiana all’estero, che dire del mancato riconoscimento dei mezzi di informazione elettronici, ossia radio e televisione, i soli che possano “parlare” la lingua italiana, che non sono riconosciuti ai fini del finanziamento della stampa italiana all’estero?

E che dire della quantità e dei criteri di distribuzione dei fondi che dovrebbero garantire la circolazione di mezzi di informazione in italiano e quindi di circolazione della lingua italiana all’estero?

Penso che esigere la conoscenza della nostra lingua sia molto interessante ma anche molto inutile e dannoso se prima non se ne creino le condizioni con la presenza di istituzioni che possano garantire qualità, prezzi ragionevoli e distribuzione sul territorio delle stesse istituzioni abilitate.

Dicevo inutile e dannoso, ma principalmente dannoso perché il ritiro di un diritto allontanerebbe definitivamente i già molte volte delusi discendenti degli italiani all’estero.